Nelle foreste ghiacciate del nord del Canada e nella regione dei Grandi Laghi, i popoli algonchini sussurrano con timore il nome del Wendigo. Non è semplicemente un mostro, ma l'incarnazione della fame insaziabile, della disperazione dell'inverno e della rottura del tabù massimo: il cannibalismo. Il Wendigo era una volta un essere umano, un cacciatore o un viaggiatore che, intrappolato dalla brutalità dell'inverno e dalla fame, commise l'atto imperdonabile di mangiare carne umana per sopravvivere.
La descrizione del Wendigo è una delle più orripilanti del folclore mondiale. Viene descritto come un gigante scheletrico, con la pelle tesa sugli ossi, di colore grigio cenere della morte. I suoi occhi sono infossati nelle orbite, le labbra sono distrutte o mangiate, lasciando vedere denti appuntiti e giallastri. Sembra emanare un odore di decadenza e decomposizione. Ma il più simbolico è che il suo cuore è fatto di ghiaccio puro. Il Wendigo non è mai sazio, più mangia e più cresce, quindi è sempre affamato. È la gola eterna e dolorosa.
Questa creatura è un cacciatore perfetto nell'inverno, capace di imitare voci umane e muoversi con la velocità del vento. Psichiatricamente, il termine 'Psicosi da Wendigo' è stato utilizzato da antropologi per descrivere una condizione in cui membri di tribù isolate sviluppano una paura paranoica di diventare cannibali o un desiderio irrefrenabile di carne umana. La leggenda del Wendigo funziona come una potente legge sociale in condizioni estreme: avverte che perdere l'umanità e ricorrere al cannibalismo è un destino peggiore della morte stessa. Il Wendigo non è solo un predatore fisico, ma il ricordo della fragilità della civiltà umana di fronte alla ferocia della natura e della fame.
